Luciano Romano

Parte del fondo fotografico Campania Mirabilis

Le fotografie di Luciano Romano descrivono mirabilmente i luoghi su cui egli posa il suo sguardo, I quali si arricchiscono delle sue sottolineature equilibrate e mai ridondanti. La bellezza per Luciano Romano non va sottaciuta e i risultati di questa operazione sono il trionfo delle forme e dei colori. Intenso e accurato il lavoro sulla luce, che diventa simbolo. Inizia così un suggestivo viaggio attraverso il patrimonio culturale campano, tra simboli, metafore e miti.

Biografia dell'artista

Luciano Romano svolge un costante lavoro di ricerca intorno al linguaggio dell’immagine. Nel 2003 è tra gli assegnatari del premio Atlante Italiano 003 conferito dal Ministero della Cultura e dalla Triennale di Milano e nel 2007 riceve la nomination al Prix BMW-Paris Photo. Partecipa a numerose mostre, esponendo alla X Biennale Architettura di Venezia e nei musei MADRE di Napoli e MAXXI di Roma, all’Expo di Shanghai, all’Armory di New York e Fotografia Europea di Reggio Emilia.

Gli studi di architettura e l’esperienza in teatro lo portano a sviluppare uno stile personale che tende a mettere in scena il soggetto rappresentato anziché limitarsi a documentarne una possibile condizione oggettiva. Nelle sue installazioni pubbliche sono protagonisti i volti e i corpi di attori, cantanti, danzatori, mai messi in posa, ma ritratti durante il compimento di un’azione scenica realizzata espressamente per lo scatto fotografico. Tra queste, le nove grandi fotografie da lui eseguite come contributo all’installazione permanente creata da Shirin Neshat per la stazione Toledo della Metropolitana dell’Arte di Napoli (2013), a cura di Achille Bonito Oliva, esposta in seguito al MAMM di Mosca per la Photobiennale 2014. Nel 2015 partecipa a Sconfinamenti#3, a cura di Achille Bonito Oliva (Festival dei Due Mondi, Spoleto) e nel 2017 esce il volume Le regard oblique, edito da 5Continents con prefazione dell’artista Giulio Paolini.

Nel 2018 collabora nuovamente con Shirin Neshat a una commissione della National Portrait Gallery di Londra, scattando il ritratto del premio Nobel Malala Yousafzai.

A dicembre 2019, nella stazione della Metropolitana di Napoli a Scampia, realizza la grande installazione permanente Song ‘e mare, “quattordici fotografie di musicisti posti lungo la linea d’orizzonte, fra mare e cielo, in una costante dinamica fra scena e retroscena, luce e ombra, colto e popolare, ricordo e intuizione.” (Andrea Viliani).

Nel 2022, la mostra, Ex Novo al Pio Monte della Misericordia a Napoli, propone un dialogo tra la fotografia contemporanea, la grande pittura barocca e le “Sette Opere di Misericordia” di Caravaggio. Nel 2022 Luciano Romano è tra i vincitori del Bando Strategia Fotografia della Direzione Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura per un progetto sulle architetture di Luigi Vanvitelli finalizzato alla mostra Genius et Loci alla Reggia di Caserta (2024), divenuto collezione permanente del Museo.

I suoi lavori sono conservati in numerose raccolte pubbliche e private, quali la collezione di fotografia del MAXXI a Roma, la Robert Rauschenberg Foundation a New York, il Museo MADRE di Napoli e l’ICCD a Roma.

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Note di viaggio

Il promontorio di Pizzofalcone sul Golfo di Napoli

L’antica citta’ greca di Partenope fu fondata dai Cumani nel VII e VI sec. a.C. su uno sperone roccioso in tufo giallo dal nome Pizzofalcone (Monte Echia) e includeva il territorio compreso tra l’isolotto di Megaride e la collina di Pizzofalcone. Sul punto più panoramico del monte i resti della villa di età imperiale di Lucullo che si estendeva fino all’area di Castel dell’Ovo. La collina di Pizzofalcone, nota anche come Monte di Dio, fa parte del quartiere San Ferdinando, tra il borgo Santa Lucia, il Chiatamone e Chiaia. Il nome risale alla metà del 1200 poiché qui veniva praticata la caccia con il falcone da re Carlo I d’Angiò, il quale fece costruire sulla collina una falconiera.

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Castel Sant’Elmo e Certosa di San Martino - Napoli

Castello angioino in stile gotico progettato nel 1329 insieme alla Certosa di San Martino da Tino di Camaino su volere di Roberto d’Angiò. Nel periodo aragonese divenne fortezza difensiva con pianta stellare a sei punte su progetto dell’architetto Pedro Luis Escriva, divenendo l’unica fortezza al mondo di questa tipologia con caratteristiche prossime all’inespugnabilità. Successivamente, da fortezza borbonica diventò infine un carcere militare. Dal piazzale antistante al castello si gode una delle più suggestive viste della città e si diparte un complesso sistema di discese gradina te: La Pedamentina di San Martino, dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco e che conduce fino al cuore della città. Questo collegamento fu in un primo momento funzionale ad agevolare il trasporto del materiale necessario alla costruzione dell’intero complesso monumentale. La Certosa di San Martino, uno dei centri monastici più importanti dell’ordine certosino in Italia, forma con Castel Sant’Elmo quasi un unico complesso. L’attuale impianto presenta in terventi rinascimentali, barocchi e rococò. La meridiana dei certosini del “quarto di priore”, è un capolavoro artistico ed astronomico della certosa, tra le più belle e complete meridiane d’Italia.

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Tempio di Nettuno, Paestum - Salerno

Uno degli esempi di templi greci meglio conservati al mondo è il più grande dei templi di Paestum, l’area archeologica che sorge a Sud di Salerno, nel Cilento a Nord di Agropoli. Il tempio, detto anche di Poseidone, fu costruito nel V sec. a.C. nella città di Poseidonia (Pæstum in romano) e fu dedicato a Hera, sposa di Zeus e principale dea di Poseidonia, alla quale si affidavano i cicli della natura e dell’uomo. La riscoperta di Paestum si deve a Carlo di Borbone che nel 1762 diede avvio a un riassetto stradale che consentì la facile raggiungibilità del sito facendolo diventare una delle tappe obbligate dei viaggiatori del Grand Tour.

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Arco di Traiano - Benevento

Arco celebrativo di imponenti dimensioni (alto 15,60 m. e largo 8,60 m.) è uno dei più ricchi e meglio conservati archi trionfali romani. Esso fu dedicato all’imperatore Traiano e costruito tra il 114 e il 117 d.C. in occasione dell’inaugurazione della Via Traiana, una variante della Via Appia. Riccamente decorato e dai diversi temi, il fregio figurato della trabeazione, realizzato ad altissimo rilievo, raffigura la processione del trionfo di Traiano sulla Dacia.

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Castel dell’Ovo - Napoli

Castel dell’Ovo è uno dei più antichi e caratteristici castelli di Napoli, il suo nome è legato alla leggenda medievale dell’uovo magico che proteggeva la fortezza, la città e i suoi abitanti dai pericoli e dalle calamità. Si narra che fosse stato Virgilio, che era considerato anche un mago, ad aver nascosto l’uovo incantato nella fortezza, custodito in una gabbia. La storia della sua costruzione inizia in epoca romana (I secolo d.C.) sull’isolotto di Megaride, dove nell’VIII secolo a.C. vi fu il primo insediamento greco con la fondazione di Neapolis e dove precedentemente, secondo la leggenda, era stato ritrovato il corpo della sirena Parthenope. In quel luogo fu edificata l’immensa e sontuosa villa romana del console Lucullo che dopo la sua morte divenne un monastero e poi durante il Ducato di Napoli fu fortificato per difenderci dagli invasori. Il castello fu quindi principalmente una fortezza, ampliata, rinforzata e mutata nel corso del tempo dai Normanni, Svevi, Angioini e in particolare dagli Aragonesi. Fu anche una prigione, nel 1608 il filosofo Tommaso Campanella fu trasferito e detenuto lì, prima di essere condannato a morte. A metà del Settecento con Carlo di Borbone il castello fu ulteriormente fortificato ma il suo uso cambiò da militare a civile, con la costruzione al suo interno di una fabbrica di cristalli e di specchi per incrementare la produzione manifatturiera a Napoli. Nel 1799 il castello ritornò ad essere una fortezza, con l’ingresso tra le sue mura dei rivoluzionari della Repubblica partenopea. Oggi Castel dell’Ovo è parte di un piccolo e vivacissimo borgo, il Borgo Marinari, con il suo porticciolo turistico.

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I Faraglioni dalla spiaggia dell’Arsenale - Capri

Il loro nome deriva dal termine greco “pharos” (faro), poi ché nell’antichità in quel punto vi si accendevano dei fuochi come segnale notturno per la navigazione. Costituiti da tre picchi rocciosi definiti “Faraglione di Terra” (h 109 mt), “Faraglione di Mezzo” (h 81 mt) e “Faraglione di Fuori” (h 104 mt), quest’ultimo costituisce l’habitat della famosa e rara lucertola azzurra. Sono citati nell’Odissea da Omero quali massi scagliati da Polifemo contro Ulisse. Capri, per i suoi colori e profumi, per la natura incontaminata e selvaggia, per la rara bellezza dei Faraglioni quali enormi sculture naturali, insieme ai panorami straordinari e anche per l’ospitalità dei pescatori, fu un luogo molto amato dai Romani (l’imperatore Tiberio vi costruì dodici ville imperiali), ma anche una delle mete preferite dei viaggiatori del Grand Tour.

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Veduta di Napoli col vulcano Vesuvio

Fondata dai Cumani intorno alla metà dell’VIII sec. a.C. con il nome di Parthenope, secondo la leggenda la città nasce in seguito alla morte della sirena Parthenope la quale si uccise dopo il rifiuto subito da Ulisse mentre era in viaggio al largo della costa. Da allora fu venerata come dea protettrice della città. La città rinasce dopo la cacciata degli Etruschi con il nome di Neapolis: la “città nuova” della Magna Grecia. Il golfo, uno dei più belli del mondo, e il Vesuvio, nell’antichità consacrato all’eroe greco Ercole e simbolo di forza e impeto, sono i due forti iconemi identitari partenopei

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Terrazza dell’Infinito di Villa Cimbrone, Ravello - Salerno

Ravello sorge su una collina che da Amalfi si inerpica fino ai Monti Lattari. La meraviglia di chi giunge a Ravello è probabilmente unica al mondo per il paesaggio mozzafiato che è possibile rimirare dalle sue terrazze. La Terrazza dell’Infinito è una terrazza naturale (nota anche come “Porta del Sole”) che apre la vista verso l’infinito fino ai monti del Cilento e fa parte di Villa Cimbrone. La villa patrizia, edificata nell’XI sec., sorge su un promontorio roccioso, “Cimbronium”, dove si trova un parco secolare già sito di un antico podere tardo-romano. Alla fine dell’800 durante il suo Grand Tour in Campania il nobile Inglese Lord Grimthorpech Ernest William Beckett si innamorò della villa e nel 1904 ne comprò una parte, salvandola dall’abbandono e trasformando il sito in un meraviglioso “luogo delle delizie”. Nel corso di 15 anni di lavori i giardini furono splendidamente rinnovati. Botanici e paesaggisti inglesi insieme a maestranze locali diedero forma a uno tra i più felici connubi al mondo tra cultura paesaggistica italiana e anglosassone

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Casina Vanvitelliana del Lago Fusaro, Bacoli - Campi Flegrei (Napoli)

Il Lago Fusaro è uno dei quattro laghi Flegrei insieme a Lago D’Averno, Lago Lucrino e Lago Miseno. Il suo antico nome era “Acherusio” che nell’antichità greca era l’“Acherusiapalus”, la palude infernale formata dal fiume Acheron te. Considerato tale per la prossimità con il lago d’Averno (in origine un cratere vulcanico) rendeva l’area caratterizzata da fenomeni naturali inconsueti facendolo così identificare come luogo di accesso agli Inferi. Carlo III di Borbone ribaltò questa visione infernale del Lago Fusaro quando decise di far utilizzare il lago come reale riserva venatoria, fu poi costruito nel lago il delizioso casino di caccia. Il re impiantò nella laguna l’ostricoltura, attività molto redditizia già al tempo dei Romani. Luigi Vanvitelli con Carlo III iniziò le opere di trasformazione del luogo mentre la raffinata casina reale fu commissionata da Ferdinando IV e realizzata da Carlo Vanvitelli nel 1782.

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Hortus Conclusus - Benevento

L’hortus conclusus (giardino recintato) è il nome con cui si indicava l’orto interno ai monasteri a partire dal medioevo. Protetto e nascosto da alte mura, di forma quadrangolare, esso simboleggiava i quattro angoli dell’Universo con al centro un albero, quale simbolo di vita, e un pozzo o una fonte che simboleggia la sorgente della conoscenza. Utilizzato dagli asceti per avvicinarsi a Dio attraverso la meditazione l’hortus conclusus è un luogo di pace e riconciliazione con il mondo e con sé stessi. Nel 1992 nell’hortus conclusus del Convento di San Domenico di Benevento fu realizzata una installazione artistica. L’esponente della transavanguardia Mimmo Paladino e una equipe di architetti ripresero in chiave contemporanea il concetto dell’ascetismo e della meditazione trascendentale attraverso un’opera capace di evocare la millenaria storia cittadina quale capitale della regione sannita e longobarda così come la ricerca dell’armonia fra natura e storia. Il luogo è ricco di riferimenti mitologici, tra questi spicca l’emblema tico cavallo di bronzo di Paladino: esso indossa una maschera d’oro come Agamennone ma evoca anche il cavallo di Troia, collocato in cima alle mura del giardino sembra proteggere e sorvegliare da una parte il giardino e dall’altra la città sottostante.

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